Zootecnia: Assalzoo, la situazione italiana è allarmante (Agi)

Roma, 1 agosto – L’allarmante situazione dell’allevamento italiano ha un ulteriore momento di conferma nei dati che emergono dal rapporto Assalzoo presentati in occasione della recente assemblea nazionale dei produttori di alimenti zootecnici. L’aumentata quantità di mangimi uscita nel 2007 dalle fabbriche italiane – spiega la ricerca – ha di fatto riportato la produzione sui livelli piu’ alti registrati dal settore negli ultimi anni. Ma questa crescita nasconde purtroppo una realta’ preoccupante determinata dall’andamento dei prezzi di tutte le materie prime e da una zootecnia nazionale in forte crisi di competitivita’ con i listini dei prodotti di origine animale che spesso non riescono a coprire i costi di produzione. Il massimo livello di crisi si registra nel settore suino la cui sofferenza ha raggiunto livelli insostenibili per gli allevatori a causa delle fortissime perdite accumulate. Per ogni suino venduto sono stati coperti solo due terzi dei costi sostenuti per allevarlo. Ma problemi si verificano anche nel settore bovino, specie nel comparto latte e lo stesso settore avicolo nonostante la ripresa dei consumi dopo la grave crisi dell’influenza aviaria ha difficolta’ a coprire i costi di produzione. “Tutto questo – prosegue il rapporto Assalzoo – si traduce in una crisi di liquidita’ per gli allevatori con pesanti ricadute sull’industria mangimistica”.
Anche secondo i produttori di mangimi è quindi improrogabile un intervento del Governo per fronteggiare una situazione che rischia di fare saltare l’intero sistema zootecnico nazionale. Questa crisi è resa ancor più gravosa dalle vicende che interessano il mercato delle materie prime sempre più dipendente dalle importazioni. Per produrre 14 milioni e 200 mila tonnellate di mangimi l’industria ne deve disporre di notevoli quantità : dai cereali, alle farine proteiche vegetali, agli altri prodotti come crusche, , farina di erba medica, semi proteici, o quelli di origine animale (latte, farine di pesci, grassi)o ancora ai minerali o alle vitamine.
L’Italia è fortemente deficitaria per una parte consistente di queste materie prime. Dipendiamo dall’estero per la gran parte del grano tenero e dell’orzo, per la quasi totalità della farina di soia e, in questi ultimi anni, anche per una parte del mais. Per l’alimentazione animale è quindi necessario rivolgersi al mercato internazionale e qui le preoccupazioni derivano dal forte aumento, che si registra ormai ininterrottamente dall’agosto 2006, dei prezzi di tutte le materie prime per mangimi che hanno fatto segnare rialzi in alcuni casi anche superiori al 100%.
Varie sono le cause di questo vertiginoso aumento dei prezzi: una domanda in crescita costante a livello mondiale (in particolare ad opera di Brasile, Russia, India e Cina), una produzione insufficiente per far fronte alla richiesta di mercato e il maggior impiego di cereali nella produzione di bioenergie.
Ecco perché nel 2007 si è registrato un aumento del costo per l’alimentazione degli animali di circa il 20% rispetto all’anno precedente. A questi rincari va aggiunto un ulteriore aumento del 15% nella prima metà del 2008 con una inevitabile ricaduta sull’economia degli allevamenti. Ma anche il prezzo del petrolio, in continuo rialzo, ha pesato massicciamente sui costi di produzione. A questo proposito va rilevato che per rifornire di mangimi gli allevamenti non vi sono alternative al trasporto su gomma e l’incidenza dell’autotrasporto ha un peso rilevante sui costi finali per l’allevatore.
Un altro punto importante ripetutamente affrontato nelle occasioni convegnistiche legato ai maggiori appuntamenti di CremonaFiere con il settore zootecnico riguarda la questione ogm e anche qui dal rapporto Assalzoo emergono aspetti di massimo interesse. La produzione agricola del nostro paese è insufficiente a colmare il fabbisogno interno di materie prime e cresce la dipendenza dall’estero per colmare questo forte gap produttivo.
In questo contesto assume una sempre maggior importanza la qualità dei prodotti importati , se sono o meno geneticamente modificati. In Italia si utilizzano poco meno di 4 milioni di tonnellate di farina di soia di cui solo il 7% è di produzione nazionale, mentre il restante 93% proviene dal mercato sud americano: nel 2007, a fronte di una produzione italiana di mais in calo ne sono state importate quasi due milioni di tonnellate da mercati esteri, vale a dire circa il 20%.
Tutti i principali produttori mondiali di soia e di mais coltivano per la maggior parte varietà geneticamente modificate, nei confronti delle quali in Europa, e ancor più in Italia, permane in via generale un approccio di totale chiusura anche se non esistono a livello scientifico studi che ne dimostrino la nocività.
“Ma il fatto peggiore- sottolinea Assalzoo – è che in Italia è sostanzialmente bloccata la ricerca in questo settore. Mancando risultati scientifici a livello nazionale gli unici dati provengono dalle autorità europee. Tra questi è particolarmente interessante la dichiarazione dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) che risale all’estate del 2007. In questo documento sulla base degli studi esistenti si conclude che, anche dopo l’ingestione di prodotti geneticamente modificati da parte di animali allevati, non sono riscontrabili frammenti di Dna modificati nei tessuti. (Agi)

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